Molte persone neurodivergenti, nel corso della vita, sviluppano strategie per adattarsi all’ambiente circostante. Tra queste, una delle più discusse in letteratura è il camouflaging, ovvero un insieme di comportamenti volti a nascondere o minimizzare i tratti neurodivergenti per conformarsi alle norme sociali predominanti. Dietro questa maschera, spesso invisibile, si nasconde una fatica immensa.
Il camouflaging non è una semplice strategia consapevole, ma un complesso adattamento sociale che può manifestarsi in molte forme: imitare espressioni facciali o gesti, forzare il contatto visivo, inibire movimenti autorassicuranti (detti stim), modulare tono e linguaggio per “passare inosservati”. Questi comportamenti sono osservati soprattutto in persone con autismo, ADHD o DSA e rappresentano spesso un tentativo di protezione dal giudizio, dall’esclusione o dalla stigmatizzazione.
Il bisogno di adattarsi è profondamente umano. Chi adotta strategie di camouflaging spesso lo fa per evitare il rifiuto sociale, sentirsi accettato o rispondere alle aspettative dell’ambiente scolastico, lavorativo o relazionale. Dietro il camouflaging si cela dunque un desiderio legittimo di sicurezza e appartenenza. Ma a quale costo?
Sebbene utile in alcune circostanze, il camouflaging diventa dannoso quando è cronico e costante. Diversi studi (tra cui Hull et al., 2017) hanno evidenziato le conseguenze negative dell’uso prolungato di queste strategie: esaurimento emotivo (autistic burnout), ansia e depressione, crisi d’identità (“Chi sono davvero, se non sto interpretando un ruolo?”), bassa autostima e senso di disconnessione da sé e dagli altri. Adattarsi costantemente a un modello neurotipico può essere logorante, perché implica rinunciare a parti autentiche di sé.
Smettere di mascherarsi non significa smettere di adattarsi. Significa poter scegliere consapevolmente come stare nel mondo, senza dover rinunciare alla propria identità. Ma togliere quella maschera non è semplice. È un processo lento, che richiede sicurezza, tempo e supporto.
È fondamentale vivere in contesti inclusivi, dove la diversità non sia penalizzata ma accolta: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni. Quando ci si sente al sicuro, non serve più fingere. Ed è altrettanto importante riconoscere e validare la neurodivergenza: molte persone che si sono mascherate per anni arrivano a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. Ma non è così. Imparare a conoscere e spiegare il proprio funzionamento agli altri aiuta a costruire ponti di comprensione reciproca, senza che l’adattamento debba sempre e solo partire da una parte.
Un percorso psicologico può offrire uno spazio dove esplorare cosa significa davvero “essere se stessi” senza doversi difendere. Non si tratta di eliminare ogni forma di adattamento, ma di renderlo più flessibile, consapevole e rispettoso di sé. Quando ci si sente accolti e compresi, la maschera non serve più.